Da Therapeia a One Health

Appunti di storia della Medicina e della terapia; dalla cura con sostanze naturali, alla galenica, fino alla chimica farmaceutica dei giorni nostri nel quadro di una visione globale della salute

a cura del dr. Emanuele Duso, vice presidente ISDE TV

Questo breve opuscolo è composto di brani estratti da opere di diversi autori (con i rispettivi riferimenti bibliografici) che hanno come argomento la storia della medicina, lo sviluppo del linguaggio medico e l’ evoluzione della terapia. Si è cercato di evidenziare il fitto intreccio delle idee, delle teorie e delle ricerca della cura, con il contesto storico, politico e culturale del tempo. Nella consapevole parzialità ed incompletezza, il fascicolo vuole offrirsi come occasione di riflessione sull’argomento che ISDE TV ha scelto per il suo Convegno: “Quando la cura inquina” nel contesto più ampio di quella che oggi è intesa come Salute Globale (One Health).

Da “Storia del linguaggio medico” in AA.VV “Storia della medicina”, vol. VIII (1)

La medicina, in nessun momento della sua evoluzione, può essere isolata dal contesto socio-storico e dal sostrato culturale che la sostiene. (p. 319)

Dall’ “Introduzione” in “Storia della Medicina” di S. Garattini (2)

  La storia della medicina e la storia del farmaco si intrecciano in modo tale da essere quasi inseparabili: dalle complesse miscele degli estratti vegetali o animali [o minerali] alle purissime sostanze della moderna farmacoterapia; dalle preparazioni degli stregoni[sciamani] o dei maghi alle produzioni sofisticate della industria farmaceutica dei tempi nostri. (p. IX)

Dall’empirismo e dalla magia – attraverso un cammino lento, ma continuo – si è giunti alla farmacologia, una disciplina che ha almeno due fini principali, uno conoscitivo e uno applicativo. Il fine conoscitivo consiste essenzialmente nell’utilizzare sostanze chimiche (e farmaci) per capire come funziona l’organismo vivente. Come ogni metodologia utilizzata per migliorare le nostre conoscenze anche la farmacologia ha i suoi limiti, rappresentati dal fatto che i farmaci hanno scarsa specificità, nel senso che non agiscono su di un solo sistema e quindi devono venire utilizzati con conoscenze adeguate e sempre con spirito critico e cautela nel trarre conclusioni troppo frettolose. Il fine applicativo della farmacologia è quello di sviluppare agenti terapeutici…Di una cosa si può essere sicuri, del fatto che un farmaco è sempre portatore di effetti indesiderabili [sottolineatura mia NdR], in alcuni casi conosciuti, ma nella maggioranza dei casi ancora da conoscere soprattutto per quanto riguarda effetti tossici che si possono manifestare a distanza di tempo. Un farmaco è quindi portatore di benefici, ma anche di rischi: è il rapporto fra questi due fattori quello che alla fine determina l’applicabilità di un farmaco. E’ chiaro che questo rapporto si può discutere solo se esistono i benefici: tuttavia per molti farmaci questi benefici sono ancora da dimostrare in modo convincente utilizzando una metodologia scientifica. Anche per i farmaci per cui esista documentazione di attività bisogna poi verificare che l’attività sia evidente anche nelle condizioni “naturistiche”, cioè nell’ambito della normale pratica clinica e non soltanto nelle condizioni “artificiose” di uno studio controllato. A questo fine intervengono le discipline epidemiologiche a valutare il reale impatto di un farmaco su di una determinata forma di patologia.  (p. X)

   Va quindi sottolineato il concetto che solo i grandi numeri e la continua sorveglianza possono permetterci di valutare a distanza di tempo – al di là degli entusiasmi iniziali – il reale effetto terapeutico di un farmaco. Il termine effetto terapeutico è qui indicato quasi in contrapposizione con l’effetto farmacologico di un farmaco. Conosciamo infatti molti più effetti farmacologici che effetti terapeutici…Troppo spesso si sono identificati effetti farmacologici o biochimici con effetti terapeutici (sottolineatura mia NdR), ma le delusioni sono state tali da rendere oggi tutti molto più cauti. Entusiasmi e riflessioni, trionfalismi e contestazioni sono inevitabili anche nella storia della medicina e del farmaco. Gli insegnamenti del passato sono fondamentali quanto la tensione verso un continuo miglioramento. L’importante è che non si perda mai di vista il fine della medicina e del farmaco: aiutare l’ammalato. (p. XI)

Da “Prima lezione di Medicina” di G. Cosmacini (3)

La medicina è dunque nata sotto il segno del guarire? Nella Bibbia, Dio è il “il Signore, Colui che ti guarisce” (Esodo, 15, 26) e Refà-El è il guaritore vicario, “colui che ti risana”. Nell’Iliade, colui che risana è detto “guaritore eccellente” e “uomo pari agli dèi” (libro IV, vv.194 e 212). L’uomo che ridà vita piena (come salute) a chi ha perduto tale pienezza (per malattia) è considerato isotheos, “simile a Dio”, pari a Colui che la vita ha dato, a piene mani, per primo. Va detto, per inciso, che la pienezza di vita ridata dal guaritore corrisponde a quanto affermato dall’OMS nel definire la salute uno “stato di assoluto benessere fisico, mentale, sociale”.  Si tratta di un benessere completo, inteso anticamente dal padre della medicina Ippocrate come giusta mescolanza degli umori somatici, come bilanciato equilibrio dei temperamenti psichici, come perfetta armonia psicosomatica – corpo e anima – dell’uomo in pace con il mondo. Nella concezione dei primordi la medicina è cresciuta nello stesso segno del guarire sotto cui era nata: l’omerico ietèr (successivamente divenuto l’ippocratico iatros) era, prima e più che un “medico”, un “guaritore”, derivando il nome acheo dal verbo iaomai, “io guarisco”. L’identità nominativa era correlata all’attività svolta: il medico o guariva oppure non meritava il proprio nome, tradiva se stesso e – quel che più conta – tradiva l’aspettativa e la fiducia riposte in lui dal paziente. (pp. 5-6)

Facciamo un balzo di tre millenni per giungere fino a noi; ma prima sostiamo brevemente nei secoli del Medioevo per rilevare come in quell’età il rapporto tra medico e paziente si fosse dato talora, oltreché una struttura interpersonale consolidata, un assetto formale modellato come promessa di guarigione: il medico prometteva al paziente di guarirlo e subordinava il proprio compenso (e il proprio prestigio) alla guarigione ottenuta; ove questa venisse mancata, e la garanzia disattesa, il paziente era sciolto da ogni obbligo materiale e morale, cioè dall’onere pecuniario e dal debito di riconoscenza. (p.6)

E veniamo rapidamente a giorni più recenti, quando a metà Novecento il medico, dopo secoli e secoli d’insipienza e impotenza davanti a mali “più grandi di lui”, è stato finalmente messo in grado di guarire malattie fino ad allora inguaribili. Fino ad allora era valido l’aforisma per cui egli poteva e doveva “consolare sempre, alleviare spesso e talvolta guarire”. Ma, a partire dagli anni Quaranta e Cinquanta del XX secolo, il medico è ritornato a essere un “guaritore”, com’era detto in origine, però non solo di nome, ma anche di fatto. La svolta epocale che ha fatto di lui un “guaritore” moderno è stato il prodotto della scoperta biologica e dell’applicazione clinica degli antibiotici (e, prima, dei sulfamidici). La medicina si è identificata nei nuovi medicinali [sottolineatura mia NdR], inaugurando un “sapere della guarigione”… Questi nuovi farmaci (e altri, oltre a quelli citati) hanno cancellato dalla nera lavagna della patologia umana l’alta mortalità di malattie secolari. Per questo hanno meritato di esser detti “salvavita” … Cesare Frugoni (1881-1978) disse: “Mai scorderò l’emozione con la quale ho licenziato dalla mia Clinica i primi malati guariti da endocardite lenta, dalla terribile malattia che fino a poco fa ci obbligava a preannunciare inevitabile e fatale la morte”. (pp. 6-7)

Nel clima ottimistico della ritrovata pace planetaria [dopo il 1945 NdR], dopo le distruzioni…, la ricostruzione innescante il “miracolo economico” ha coinciso con il “miracolo della guarigione” di molte malattie, propiziata anche dal cortisone e dagli psicofarmaci. Non a caso il foglietto pubblicitario che reclamizzava la prima penicillina prodotta in Italia (…) aveva la struttura iconografica dell’ ex voto. La medicina accreditata di poter fare miracoli è la stessa in seno alla quale il medico si trova a suo agio nel ruolo di guaritore. Egli, oltre alla gratificazione di sentirsi decisivo per la salute del proprio paziente, nutre in cuor suo la fiducia di essere abilitato, in prospettiva futura, a conseguire la guarigione di ogni malattia. La fiducia…tende a trasformarsi in sicurezza e questa, sovente, in sicumera. Si ingenera così, in numerosi medici, la presunzione di poter guarire tutto…(pp7-8)

   La presunzione è un vizio contagioso. Essa diventa pregiudizio o addirittura delirio di onnipotenza in coloro che fanno della tecnica un idolo, praticando il culto della tecnocrazia e vaticinando una futura età dell’oro in un mondo felice senza più malattie…Quanto anzidetto tende invece a reagire al mito assolutista di una tecnologia medica che tutto fa e tutto può, come la divinità biblica od omerica, prescindendo dal considerare che la condizione umana ci rende coerenti al progetto evolutivo che ci consente d’essere resistenti per metà della vita, serbando la salute nell’interesse individuale, e che ci impone d’essere fragili per l’altra metà, producendo le malattie nell’interesse della specie predisposta a protrarsi e a rinnovarsi. E’ una condizione umana comune a tutti i viventi (e anche ai non viventi), la quale soggiace alla ferrea legge generale, sancita dal secondo principio della termodinamica, di irreversibilità e non ritorno a uno stato anteriore, per cui anche la guarigione non è mai un ritorno allo status quo antea.(pp.8-10)

Therapèia, secondo l’etimologia greca, significa “cura”. “Terapeuti” erano detti, fra gli Ebrei d’Egitto, quegli asceti che nel I secolo d.C. avevano cura di sé mediante l’osservanza di regole ferree quali la continenza assoluta e un lavoro molto intenso. Risale dunque alla più remota antichità la radice dell’ambivalenza o ambiguità che attualmente esiste fra i due termini: terapia e cura non sono infatti sinonimi. Le finalità “terapeutiche” perseguite dalla medicina dei nostri giorni sono subordinate alle procedure tecniche, farmacologiche e chirurgiche…Più ampio è l’orizzonte culturale dove si disegnano le finalità “curative”, verso le quali convergono, oltre alle tecniche predette, le pratiche mosse da altre motivazioni e pulsioni, quali la disponibilità, la premura, la partecipazione cosiddetta simpatetica o empatica, la morale della medicina e la bioetica. (pp.13-14)

   Volendo dividere nei nomi quel che è unito nei fatti, si può dire che la terapia ha per oggetto un oggetto, cioè la malattia intesa come “affezione”, come guasto della macchina organica, mentre la cura ha per oggetto un soggetto, cioè il malato inteso come individuo somatopsichico, come persona cimentata da una “afflizione”, da una pena esistenziale. La terapia è indirizzata a bonificare una realtà fisiopatologica inerente all’organismo; la cura è volta a migliorare una realtà antropologica inerente alla persona umana…Ciò si presta a ribadire… la diversa accezione di “cura” diversa da “terapia”. Quest’ultima è decollata nella sua efficacia farmacologica su vasta scala… con l’avvento dei primi antibiotici. (pp 13-14)

   Oggi il paziente è spesso portato a credere negli esami e a confidare nei farmaci che il medico prescrive più che nelle visite e nelle cure che il medico effettua. Talora le cure del medico si riducono alle terapie assecondanti “il desiderio di assumere medicinali”, il che “è una caratteristica che distingue l’uomo dagli animali”: lo affermò con ironia nel 1913 il grande clinico statunitense William Osler (1849-1919), che prevedendo con largo anticipo l’odierno consumismo farmaceutico ritenne di dover aggiungere che è “proprio questo uno dei maggiori ostacoli contro cui dobbiamo lottare”. Nelle sue parole appare presagita l’ambiguità oggi esistente tra il farmaco come efficace e a volte insostituibile presidio terapeutico e il farmaco come prodotto industriale, soggiacente alle dure leggi del mercato e del profitto economico. (pp.67-68)

Da “La nascita dell’arte medica occidentale” di J. Jounna (4)

   La medicina ippocratica: ragione, natura e umanità

  La stessa ispirazione razionalistica di Tucidide, il quale, contrariamente a Erodoto, si rifiutò di spiegare lo svolgersi degli eventi storici attraverso l’intervento della divinità nelle vicende umane, è presente nel Corpus hippocraticum. Anche se è possibile individuare qui e là nel vocabolario di questi trattati medici l’eredità di un pensiero arcaico, per cui la malattia era una forza demoniaca che penetrava dall’esterno nel malato per impadronirsene, e in cui la terapeutica consisteva nell’espellere la malattia dal corpo mediante il pharmakon, o rimedio evacuante, allo stesso modo in cui il pharmakòs o vittima espiatoria rendeva possibile l’espulsione del male dalla città, il pensiero ippocratico ignora o rifiuta ogni intervento di una divinità particolare nel processo della malattia e ogni terapeutica magica attuata attraverso le preghiere, gli incantesimi e le purificazioni. (pp. 24-25)

   La concezione razionale della malattia e del trattamento, che è una delle principali caratteristiche della medicina ippocratica, è tanto più notevole in quanto proprio al tempo in cui gli ippocratici esercitavano la medicina, una medicina religiosa, caratterizzata da guarigioni miracolose, conobbe uno sviluppo senza precedenti nei templi di Asclepio a Corinto, Atene, Epidauro e Cos…I racconti delle guarigioni miracolose…sono in netto contrasto con la medicina ippocratica: i malati si addormentano nel santuario, vedono il dio in sogno e si risvegliano l’indomani miracolosamente guariti…Tuttavia il razionalismo degli autori ippocratici si guarda bene dall’entrare in aperto conflitto con questa medicina dei santuari e dal rifiutare in blocco la categoria del divino.(pp. 26-27)

La medicina ippocratica…propone un’altra visione dell’uomo nella misura in cui egli si definisce non più attraverso la sua opposizione agli dèi, ma mediante i suoi rapporti con l’universo che lo circonda. L’uomo, secondo i medici ippocratici, non può essere considerato nel suo insieme senza tener conto dell’ambiente esterno in cui vive…E così, per il medico ippocratico, non è più al ritmo del capriccio e della giustizia divina che gli affari umani si realizzano, ma è al ritmo delle stagioni che gli umori nel corpo aumentano o diminuiscono, seguendo quindi una legge naturale. (p.29)

   Il trattato Sull’antica medicina presenta…la ricostruzione della nascita della medicina, contribuendo in tal modo a chiarire un momento decisivo della storia dell’umanità, quello in cui l’uomo è passato dallo stato selvaggio allo stato civilizzato grazie alla scoperta di questa techne…La prima scoperta, quella della cucina, che consiste nel cuocere e nel mescolare, ha posto fine all’omofagia e ha strappato l’uomo alla condizione di animale. Si potrebbe dire che l’umanesimo nasce con la cucina. La seconda scoperta è quella del regime [dìaita] delle persone malate, cioè la medicina propriamente detta. Una scoperta è il prolungamento e il perfezionamento dell’altra. La seconda prolunga la prima nella misura in cui si fonda sullo stesso ragionamento e sullo stesso fine, e cioè l’adattamento della dieta alimentare all’uomo, sano o malato che sia. E la perfeziona perché si fa più complessa: mentre esiste una sola dieta per le persone in buona salute, si sono dovuti inventare diversi regimi per i malati, perché il loro grado di debolezza varia a seconda della forza della malattia…La medicina è quindi una sorta di cucina personalizzata. L’esistenza della medicina è il sintomo di un grado superiore dell’umanesimo…Paradossalmente, la debolezza dell’uomo è stata un impulso alla sua grandezza. Da un altro lato, però, è grazie alla sua ragione, e non al caso, che l’uomo è uscito da una profonda ignoranza e ha realizzato delle scoperte che l’autore giudica ammirevoli. (p.33)

   Il caso, già nell’Antica medicina, viene evocato dal medico ippocratico per respingere l’ipotesi assurda secondo la quale l’arte della medicina non esiste: “se un’arte medica non esistesse affatto, il caso allora dirigerebbe il destino dei malati”. E quando lo stesso autore vanta le scoperte della medicina, precisa che esse sono dovute alla “scienza e non alla fortuna” … Essendo l’antonimo del caso indistinto, l’arte è definita innanzitutto dalla possibilità di stabilire delle distinzioni normative. A questa distinzione teorica corrisponde nella realtà una differenza fra i bravi medici e i cattivi, differenza che viene alla ribalta soprattutto nelle malattie pericolose, in cui i cattivi medici vengono smascherati come i cattivi piloti nella tempesta… E’ chiaro che l’esistenza delle cause e la possibilità del loro studio sono la condizione sine qua non di una vera e propria arte medica… Quindi la scienza è causale o non è… Certo uno scarto sussiste fra dichiarazioni teoriche e applicazioni pratiche…Una certa architettura concettuale si è comunque già creata. In particolare, il campo della scienza, che opera distinzione, unificazione e previsione, esclude il campo del caso, in cui regnano invece l’indistinto, l’inspiegato e l’imprevisibile. Si inaugura in tal modo il paradigma cognitivo dell’ordine con l’esclusione del disordine, che sarà il fondamento della concezione deterministica della scienza. (pp.36-37-38-39)

La parola greca anthropos, che designa “l’essere umano”, torna spesso negli scritti dei tesi ippocratici, che usano questa parola per parlare del malato. Il che significa che…quello che conta è prima di tutto il malato, cui va restituita la salute. Il fine della medicina si cristallizza in una massima rimasta celebre: “Nelle malattie, avere due cose in vista; essere utile o almeno non nuocere”. Il medico ippocratico afferma che…il  fine della medicina non è il successo del medico ma il l’interesse del malato…è la raccomandazione di evitare qualsiasi ricerca di innovazioni miranti più a far crescere la reputazione del medico che non a curare il malato, oppure la probità del medico che riconosce i propri errori per evitare che non si riproducano…L’arte medica, scrive un medico ippocratico comprende tre termini: la malattia, il medico e il malato, I rapporti tra i tre elementi sono così definiti: ”il medico è il servitore dell’arte; il malato deve opporsi alla malattia con il medico”. La relazione malato/malattia è pensata quindi in termini di lotta: la malattia va combattuta. A condurre la lotta contro la malattia è il malato. Il medico è l’alleato del malato, colui che lo aiuta a combattere la malattia. Si notino qui la modestia e la profondità umana del medico. Questa dimensione umana, nei rapporti fra il medico e il malato, costituisce una delle originalità dell’ippocratismo. Il medico sa che il vero dramma è quello del malato in preda alla malattia, e che lui, medico, può solamente arrecare un sollievo. Come farà? Certo, col suo sapere, ma anche con la sua dedizione e la sua abnegazione, col suo senso del dialogo e con la sua comprensione nei confronti del malato (dolcezza, “cortesia”). La riflessione del medico ippocratico sulla propria arte sfocia così in una deontologia che diventa un modello; è questo che rende immortale il valore della seconda parte del Giuramento, testo fondante la deontologia e il segreto medico: “…Farò uso delle misure dietetiche per il giovamento dei pazienti secondo il mio potere ed il mio giudizio e mi asterrò da nocumento e da ingiustizia. E non darò un farmaco mortale a nessuno neppure se richiestone, né proporrò un tal consiglio; ed ugualmente neppure darò ad una donna un pessario abortivo. Ma pura e pia conserverò la mia vita e la mia arte. E non procederò…“  (pp.55-56)

Da “Strategie terapeutiche: i farmaci” di A. Touwaide (5)

   La teoria antica del pharmakon

In un passo della Repubblica ascrivibile al 400 a.C. circa [Repubblica, 405d], Platone critica l’impiego dei pharmaka, anteponendogli quello “del fuoco e del ferro”. Se ne è quindi dedotto che i pharmaka si siano aggiunti alla terapia tradizionale “col ferro e col fuoco” in un’epoca prossima a quella del filosofo. Dei pharmaka, in realtà si parla nell’Iliade e nell’Odissea [Odissea,IV, v. 230, NdA], dove il termine è usato per designare prodotti sia benefici sia dannosi, mostrando che nel concetto di pharmakon è insita una nozione unitaria, quella di sostanza introdotta nel corpo per modificarne lo stato. L’ambivalenza del concetto rese necessaria l’aggiunta di un aggettivo al termine pharmakon quando lo si usava per indicare un veleno: all’aggettivo spettava il compito di precisare la natura della modificazione indotta [in greco: anairon (che uccide), deleterios (distruttivo), diaphthartikos (che distrugge completamente), thanasimos (mortale), phthoropoios (fattore di distruzione) NdA]. La prassi si protrasse a lungo nel tempo: se ne ritrovano attestazioni sino a Galeno, a riprova della connotazione ambigua implicita nel concetto stesso di pharmakon. (p.349)

La questione postasi all’età di Platone va più verosimilmente ascritta al fatto che la medicina “scientifica” dell’epoca, quella di Ippocrate e dei suoi contemporanei, specie in seguito allo sviluppo della dietetica, abbia iniziato ad interessarsi alla modalità d’azione dei pharmaka, di cui si avvaleva con ogni probabilità in linea con la pratica tradizionale. I medici si sforzano di stabilire le premesse razionali della farmacologia e di integrarla nel quadro generale della nosologia in base al principio dei contrari su cui si basava la terapia [si veda ad es. Sulla natura dell’uomo, 9 NdA],  principio secondo il quale l’azione dei farmaci doveva essere di segno opposto agli specifici processi patologici. (p. 350)

Una valutazione globale della farmacologia del Corpus hippocraticum è già stata effettuata, così come si è sottolineata l’attribuzione ai pharmaka di qualità corrispondenti a quelle umorali (caldo, freddo, secco, umido).  Siè anche rilevato come l’impiego ippocratico dei pharmaka, pur in forma diversa, corrisponda al meccanismo sotteso alla terapeutica “col fuoco e col ferro”, ossia all’espulsione dal corpo della materia patogena, e si è ipotizzato che la terapeutica medicamentosa ippocratica presupponga la teoria del pharmakon dei Problemi aristotelici.  

In realtà, il problema posto dai pharmaka ai medici ippocratici era quello delle modificazioni fisiologiche: quelle che determinavano la malattia e quelle che ripristinavano la salute. Di tale questione essi furono coscienti, almeno a partire da una certa epoca, quella del trattato Sui luoghi nell’uomo (cfr. 45), al IV secolo a.C. (p. 350)

Nel quadro della fisiologia umorale, i trattati ippocratici del V e del IV secolo a.C. delineavano queste modificazioni in chiave materialistica: dalla presenza o dall’assenza di una materia nosologica – di un umore – derivavano la malattia o lo stato di salute. La prospettiva, lungi dall’essere nuova, è già rintracciabile nell’Iliade (IV, vv. 217-219), là dove il medico succhia una ferita per estrarne la sostanza nociva, se non eventuali influssi malefici, e nella terapeutica “del fuoco e del ferro”. Nel nostro caso, però, questa materia non viene eliminata per via chirurgica, bensì tramite i pharmaka, somministrati a scopo purgativo, emetico o diuretico. Si tratta di una concezione quantitativa binaria del pieno e del vuoto che, per spiegare lo spostamento degli umori indotto dai pharmaka, si rifà ad una cinetica dell’attrazione simile a quella della linfa vegetale, innescata dall’analogia qualitativa tra umori e pharmaka. (pp.350-351)

Nel Corpus aristotelico, la questione dei pharmaka viene affrontata nei Problemi, di autenticità discussa, ma probabilmente di Aristotele, … I pharmaka vi figurano accanto “al fuoco e al ferro”. Come nel Corpus hippocraticum, essi vengono esaminati nel quadro della problematica del cambiamento e, sebbene con un’impostazione diversa, nella prospettiva di una terapia dei contrari.

   Per analizzare la questione, ci si avvale della logica della digestione: il pharmakon non viene assimilato, pur essendo immesso nel corpo come gli alimenti. Esso, appunto perché non viene digerito e probabilmente in quanto costituito da una massa compatta, sospinge davanti a sé ciò che ostacola la propria avanzata, cioè la materia patogena, per finire poi evacuato dal corpo insieme a tale materia, come succede agli alimenti. Il pharmakon determina quindi un movimento, paragonato a quello della ginnastica, che provoca un’espulsione delle sostanze estranee.        

   In quest’ottica vengono proposte due diverse cinetiche farmacologiche. La prima è quella dell’attrazione, un’attrazione che però non si esercita fra qualità identiche, come nel Corpus Ippocraticum, bensì fra sostanze da un lato ed organi dall’altro: la vescica attira i liquidi e il ventre le sostanze solide e terrose. La seconda cinetica riposa sull’azione della gravità in base a cui le sostanze calde (e perciò stesse leggere) determinano uno spostamento verso l’alto, mentre le sostanze fredde (e perciò stesso pesanti) determinano uno spostamento verso il basso.

   Sebbene diverse dalla teoria ippocratica nella loro impostazione generale e nella loro cinetica, tali concezioni si rifanno comunque allo stesso ambito di pensiero, quello basato sul quantitativo e sullo spostamento meccanico dei pharmaka. Tuttavia, rispetto al Corpus hippocraticum, il sistema concettuale dei Problemi va oltre, arrivando a proporre delle cinetiche più concrete della mera attrazione vegetale, sia con l’dea – o meglio, la rappresentazione – della materia non digerita che sposta gli ostacoli, sia con il principio della gravità.

   Nei Problemi affiora inoltre un’altra modalità d’azione dei pharmaka, di segno totalmente diverso: la dissoluzione delle materie patogene. E’ una differenza significativa: pur sempre all’interno di una concezione dell’evacuazione quantitativa, emerge anche la teoria di una modificazione qualitativa della materia patogena che, sotto l’azione del solvente, muta di forma e viene trascinata dal flusso digestivo, scomparendo a tutti gli effetti, anche senza essere soppressa quantitativamente. Si può riconoscere la teoria aristotelica del mutamento, concepito in termini di continuità del substrato materiale, soggetto a modificazioni nella forma. (p.351-352)

   Questo tipo di concezione venne adottato da Diocle di Caristo (IV-III secolo a.C.) nella tossicologia degli avvelenamenti di origine animale…Diocle introdusse la nozione di dynamis in senso aristotelico, di potenzialità capace di trasformarsi e di esplicare tutti i suoi effetti, fino a determinare conseguenze nettamente superiori al suo stato iniziale…gli animali velenosi, minuscoli dal punto di vista delle dimensioni, trasmettendo una dynamis, possono comunque causare grandi effetti. Ora, gli animali velenosi inoculano un veleno, contenente quindi la dynamis.

   Il termine dynamis compare sia nel Corpus hippocraticum sia nei Problemi in riferimento ai pharmaka, ma non sembra avere l’accezione specifica attribuitagli da Diocle…Con questa teoria, il fenomeno del mutamento del corpo imputabile all’introduzione di una sostanza si trasferiva definitivamente dall’ambito quantitativo primitivo (cioè senza misure effettive) all’ambito qualitativo: a livello quantitativo l’organismo rimaneva invariato, ma era soggetto a una modificazione nella propria intrinseca qualità. Anche la cinetica della materia introdotta nel corpo veniva a cambiare: non si trattava più di una fisica meccanicistica, qualsivoglia ne fosse stato il tipo, bensì – come asserisce esplicitamente Diocle – di una progressiva propagazione della dynamis a partire dal punto di inoculazione.

   La teoria, ripresa da Erisistrato e da lui esplicitata, prese così piede e dai veleni animali venne poi estesa a quelli vegetali e ai pharmaka, come si riscontra nel trattato Sulla materia medica di Dioscoride, in cui il termine dynamis è usato in un senso che, pur non essendo definito, richiama quello di Aristotele e di Diocle. Anche non sapendo di preciso quando avvenne questa trasposizione, sottolineiamo che il termine dynamis costituisce il titolo di un trattato di Mantia (II-I secolo a.C.), ponendosi come equivalente di pharmakon, probabilmente in seguito a una prassi comune ed antica già allora.

   La prima opera sulle piante medicinali pervenutaci integra, il libro IX delle Ricerche sulle piante di Teofrasto [ III sec. A.C.], … effettua una sintesi dei dati allora disponibili in materia e in particolare riporta delle pratiche con ogni probabilità tradizionali, che attestano una conoscenza già approfondita dei pharmaka e della loro azione. Anche se Teofrasto si avvale del termine dynamis non sembra conoscere la teoria della dynamis dei pharmaka, nonostante si ritenga che abbia tratto da Diocle la materia della sua opera. (pp. 352-353-354)

…[Nel ] trattato Sulla materia medica… Dioscoride (I secolo d.C.)… basava la sua opera sulla teoria della dynamis, arricchendola con l’esigenza empirica di una certa sperimentazione…Per ogni farmaco semplice egli compilò una vera e propria scheda, riportando in particolare tutti gli elementi necessari a riconoscere le materie sul terreno o a identificarne le azioni, estendendo la teoria con ogni sorta di dynameis      generali o specifiche. Il tutto accompagnato dalle modalità di preparazione e di somministrazione dei pharmaka. (pp.356-357)

   In un primo trattato Galeno studiò i pharmaka semplici, iniziando con una vasta sezione teorica, per poi passare all’analisi dei pharmaka stessi, classificati per tipi – vegetali, animali o minerali – e, all’interno di ogni tipo, per ordine alfabetico. Fu un’impresa sconfinata, che richiese verifiche personali e si protrasse per più di vent’anni, a partire dal 170 d.C. circa. In seguito Galeno passò ai pharmaka composti, affrontando dapprima i pharmaka non tossicologici…Galeno effettuò delle suddivisioni dapprima accorpando i pharmaka in base alla tipologia poi…riorganizzandoli in base alla parte del corpo a cui erano destinati. Successivamente, nell’ultima parte della sua vita, si dedicò alla presentazione sistematica dei pharmaka tossicologici…

   Questi ampi trattati testimoniano le sfaccettature, multiformi ma presumibilmente complementari, del pensiero galenico. Da una parte, c’è la teoria della dynamis, applicata ai tossici o ai rimedi che, pur essendo di origine aristotelica, in Galeno assunse connotazioni platonizzanti. Egli infatti non afferma che un certo pharmakon possiede una certa dynamis, bensì che partecipa di questa dynamis. Dall’altra parte, pharmaka e veleni animali e vegetali vengono integrati nella teoria dei quattro umori: le dynameis, teoricamente illimitate in Dioscoride, vengono da Galeno ridotte a quattro “qualità” (poiotes) di base (caldo, freddo, secco e umido), a cui sono attribuiti dei gradi, che stanno all’origine di altrettante proprietà differenti. Ora, dato che le “qualità” erano quelle degli umori, divenne possibile inquadrare l’azione dei pharmaka nella fisiologia e nella nosologia di Galeno. Inoltre le “qualità”, come del resto gli umori, erano messe in corrispondenza con gli elementi fondamentali del mondo (aria, acqua, fuoco, terra), le stagioni, le età della vita. Infine i veleni erano concepiti in termine di physis, o di essenza. In ogni caso, a ciascuna di queste ultime definizioni soggiace la nozione aristotelica di dynamis, come traspare chiaramente da un passo dove Galeno, pur parlando di essenza, riprende pari pari il ragionamento di Diocle secondo cui si producono effetti rilevanti nonostante la modica quantità di materia inoculata. (pp. 362-363)

   Tutti questi aspetti diversi sono forse più complementari che opposti, e mirano a conciliare la teoria dinamica col materialismo umorale: infatti la dynamis e il suo sistema di modificazioni qualitative entra nella logica del sistema degli umori, che si può caratterizzare sono entità materiali…Diversamente dal sistema di Dioscoride, che si può caratterizzare come farmaco-centrico, quello di Galeno era anzitutto medico-centrico. Egli non analizza i pharmaka di per se stessi, ma li inscrive in una teoria medica più ampia e li mette in corrispondenza con la cornice teorica della fisiologia e delle sue alterazioni. Per quanto riguarda la teoria del pharmakon il mondo antico era così giunto all’estremo delle proprie possibilità…(p.363)

   Per assistere alla comparsa di nuove teorie in materia di pharmaka, si dovette attendere il mondo arabo, che riprese il patrimonio scientifico di Bisanzio mediante le traduzioni…Gli Arabi, inoltre, crearono nuove teorie nel settore della farmacologia, come la formulazione secondo un modello matematico dei gradi galenici delle proprietà dei pharmaka, con al-Kindi, e l’invenzione di un nuovo sistema di presentazione dei dati farmacologici, le “tavole” (in arabo teqwim, diventato in latino tacuinum), usate da Ibn-Butlan. (p.365)

Dall’introduzione di “Opere di Ippocrate“ a cura di Mario Vegetti (6)

   Concetti di malattia e cura

…La concezione della malattia come coinvolgente l’intero organismo, lo sforzo di riportare i sintomi all’unità della prognosi, lo stesso programma eziologico ora descritto, orientavano inevitabilmente la terapia ippocratica verso un’analoga direzione sintetica, verso una cura altrettanto globale e articolata quanto lo erano lo stato morboso (non malattie come le intendiamo dal Rinascimento in poi quando la medicina moderna ha sviluppato un concetto “ontologico” di malattia, secondo il quale ogni malattia è un’entità ben caratterizzata, con strutture sue proprie e tali da implicare, in modo relativamente meccanico, la cura appropriata. Tale concetto è stato ulteriormente rafforzato dallo sviluppo della anatomia patologica e della scoperta dell’origine batteriologica, virale e parassitologica di molte malattie NdA) e le sue cause. Così non si trattava per Ippocrate di moltiplicare i rimedi e di compiere il vano tentativo di trovarne uno appropriato ad ogni singolo caso – né comunque la farmacologia del suo tempo gliene avrebbe concesso la possibilità; bensì di coordinare ogni sforzo verso la ricostituzione di un modello di sanità, investendo da ogni parte e su ogni fronte i meccanismi patologici. Un tale coordinamento ha nome “regime”: e l’idea di regime è uno dei frutti più maturi della metodologia di Ippocrate, tanto che Platone l’avrebbe assunta ad emblema della vera terapia scientifica.

   Il regime mirava alla progressiva rieducazione dell’organismo, anzi dell’uomo malato, alla salute: sicuramente esso impiegava (secondo il principio generale dell’allopatia, consistente nel somministrare sostanze le cui dynameis fossero opposte a quelle patogene) farmaci di origine vegetale – evacuanti, vomitivi, lenitivi – ad arginare le fasi acute del male, così come impacchi, supposte, piccoli salassi; ma soprattutto attraverso una sapiente regolazione della dieta – e per quantità e per qualità di cibi – giungeva ad indebolire il male e a rafforzare l’organismo, ad accompagnarlo vittorioso alla stretta decisiva della crisi. Accanto alla dieta, il regime implicava una cura paziente ed amorosa delle “condizioni generali del malato – in quel dialogo costante che il medico ippocratico intratteneva con lui -, la comprensione e il risanamento dei suoi turbamenti psicologici, in un embrionale inizio di psicoterapia; e poi il riposo e l’esercizio ginnico, i bagni e i massaggi, il mutamento d’aria e di luogo ove occorresse, la cura scrupolosa delle condizioni igieniche. Così la terapia ippocratica, mediante l’idea di regime, non considerava la malattia come un episodio isolato, bensì tendeva integrare in un unico quadro salute e malattia, configurandosi propriamente, da un lato come terapia di mantenimento dello stato di salute, dall’altro come terapia di consolidamento della guarigione: sicché come la malattia veniva compresa a partire dalla fisiologia normale, così essa veniva curata in funzione dell’armonico ristabilimento di quella normalità, e non soltanto in funzione della sporadica eliminazione dei sintomi morbosi. (pp. 61-62)

Da “L’arte lunga. Storia della medicina dall’antichità a oggi” di G. Cosmacini (7)

   Dal guaritore al medico, dalle formule magiche alla terapia genica

    …Chirone è detto da Omero “il migliore dei Centauri” allorché Macaone, figlio naturale di Asclepio, figlio d’arte del centauro, è colpito da freccia troiana alla spalla destra. Il ferito è subito soccorso da Idomeneo e da Nestore perché, dice il primo, “uomo guaritore vale molti altri uomini a estrarre dardi, a spargere blandi rimedi,” mentre il secondo porge una coppa contenente un miscuglio fatto da Ecamede, “la donna pari alle dee, con vino di Pramno; vi grattò sopra cacio caprino con una grattugia di bronzo, versò la bianca farina”. [Omero, Iliade, libro XI, vv. 832, 514, 515, 638-640 NdA] … Macaone e suo fratello Podalirio…sono iatroi o jetères, “guaritori”, se non divini però “pari agli dei” in quanto “eccellenti”, superuomini. Un guaritore infatti “vale molti altri uomini”; intorno a lui la gente fa cerchio in attesa di una guarigione che spesso ha del miracoloso, Per ottenerla egli fa ricorso a preghiere, a incantesimi, al sacrificio di agnelli o di capre “accettevoli”, ai pharmakoi propiziatori del controintervento divino. Pharmakòs è, nelle tradizioni arcaiche, “un uomo prescelto per la sua bruttezza”, un “malcapitato” che “alla fine viene bruciato”, oppure “un delinquente condannato” che viene “fatto precipitare dalla rupe di Leucade”, o anche “un giovanetto” che viene “gettato in mare per liberarsi, con lui, di ogni malanno”. “A Cheronea si caccia[va] a frustate la fame, nella figura di uno schiavo, fuori dalla porta. […] Il corrispondente del Vecchio Testamento è il celebre rito, anche se in sé enigmatico, della cacciata del capro espiatorio nel deserto”. [W. Burkert, I Greci, 1984, pp. 122-123] Ma talora il guaritore fa anche ricorso ai pharmaka, preparazioni manipolate da donne, anch’esse “pari alle dee” in quanto medichesse, che applicano la loro pratica domestica a confezionare rimedi in qualche modo efficaci. (pp.8-9)

   L’Odissea dà più spazio alla descrizione di stati patologici non traumatici e di farmaci presi internamente… Valga …la descrizione del “rimedio sapiente” – il nepente? – che Elena versa nel vino ai suoi invitati [Odissea, IV, vv. 219-232] … Omero paragona il “guaritore di mali” a un “divino cantore”, a sè stesso. Nella scala dei valori associa la figura del guaritore a quella di altri, diciamo pure, professionisti, quali l’indovino e il maestro artigiano… Nell’Odissea, dunque, rispetto all’Iliade, lo statuto sociale dello iatros è diverso, in rapporto ad una diversa organizzazione di società. Esso non è più esclusivamente quello sacerdotale, ma è anche, in parte, un ruolo artigianale. (pp.10-11)

   In Egitto la medicina è, all’origine, una prerogativa della casta sacerdotale…L’uomo egiziano fa gran conto della virtù terapeutica della preghiera e cerca assicurazione ….nell’affidamento alle pratiche magiche…la medicina egiziana trasmette a quella greca due grandi paradigmi. Il primo è la distinzione delle malattie in interne, dovute a cause preternaturali, inaccessibili ai sensi e al senso comune e inesplicabili dalla ragione, e in esterne, viceversa accessibili ed esplicabili. Il secondo paradigma, legato al primo, è la coesistenza di due diverse categorie di curanti e guaritori: da un lato gli interlocutori con gli dèi, con i dèmoni, con gli spiriti, con i morti, indovini della malattia (diagnosti), divinatori del destino (prognosti), mediatori dell’intervento divino risanatore (terapeuti); dall’altro gli artigiani della cura e della guarigione, sensisti e raziocinanti, medici d’uomini d’animali (veterinari) , chiropratici e manipolatori di farmaci (farmacisti), operatori manuali ed esperti in fasciature (chirurghi). Non fa meraviglia che l’Egitto, paese produttore di piante medicinali e del lino, sia ad un tempo la “terra datrice di biade e di farmachi” [sic NdR] menzionata da Omero e la terra matrice delle fibre che, filate e tessute, fanno…le fasce che fasciano i morti, ma anche le fasce che, rigide o molli, servono a curare le fratture, le ferite, le piaghe. (pp.27-28)

   [La paleopatologia… ha documentato una pluripatologia (traumatica e non)] che necessitava della sua terapeutica, fosse quella verbale e gestuale del sacerdote o quella manuale e strumentale del tecnico. Gli uni e gli altri – esorcisti ed empirici – curavano e talora guarivano esercitando un’archeoterapia, perquanto era o si credeva possibile, sugli antichi bisogni dell’uomo malato. Empirismo ed esorcismo, tecnica e magia spesso s’intersecano, talora compenetrandosi. D’altronde anche la magia ha la sua propria tecnica, fatta di invocazioni e di minacce, di ingiunzioni e di divieti, di gesti intimidatori e liberatori. (p.44)

   Le due medicine – esorcistico-magica ed empirico-tecnica – sono, nel procedimento terapeutico, isolate e separate oppure compresenti: isolate e separate come quando si applicano, rispettivamente, alle malattie interne indefinite o alle ben definite malattie esterne; compresenti, anche se non sempre alla pari, come quando invece si applicano a malattie solo parzialmente riconducibili all’una o all’altra delle due categorie. Se nelle une il sacerdote sapiente non usa la mano, né tanto meno gli strumenti (coltelli, forbici, trapani) che potenziano l’operazione manuale, nelle altre il chirurgo non usa la voce, cioè la parola che si ritiene possa rendere attiva ed efficace la capacità d’intervento. Però non sono pochi i casi nei quali il sunu egiziano – come l’asu assiro – supporta l’invocazione con toccamenti e toccasana o viceversa potenzia l’operazione con preghiere d’accompagnamento e amuleti di sostegno. Non pochi sono i casi in cui la prescrizione medicamentosa, che attinge all’oltre mezzo migliaio di medicamenti menzionati nel papiro Ebers, è dettata non solo dall’esperienza acquisita in base all’uso – cioè in base al criterio che sarà detto ex iuvantibus – ma anche o soprattutto dalla sapienza delle molteplici analogie. Così la cura della tosse convulsa si giova non solo della coloquintide fresca, del cumino immerso nel miele e della mirra in polpa di datteri, ma anche e soprattutto della mistica per “estirpare il gehu: nel “gehu”, secondo alcuni papirologi, sarebbe da identificarsi il camaleonte che, se spaventato, si gonfia d’aria ed emette un sibilo che ricorda per analogia la dispnea sibilante del malato d’asma, affetto da tosse convulsa (p.45)

…nell’ambito di tale “primitivismo medico” è possibile riscoprire, accanto o insieme a una “originaria” sapienza, una tecnica altrettanto “iniziale” … Ma la tecnica –tèchne – è sostantivo omerico, è parola greca di derivazione ionica che indica un artigianato, un mestiere, storicamente divenuti adulti nell’area geografica dello Ionio e dell’Egeo, tra la Magna Grecia e la madre Grecia e tra questa e l’Asia Minore, nel V secolo a.C.: un’arte, in campo medico, legata al nome di Ippocrate. Téchne è un termine multicomprensivo. Comprende il mestiere del fabbro…del geometra…del matematico…del musico…, del medico che cura la salute degli uomini. E’ un mestiere che, in ogni caso, comprende una teoria e una pratica… (p.49)

Possiamo…affermare che la iatrèia, cioè l’arte di guarire attraverso i rimedi – “rimediare” sarà il latino mederi, donde medicus – , acquista la sua fisionomia e autonomia mediante una tecnica fattasi matura in Ippocrate. (p.55)

   …la medicina ippocratica è una antropologia coincidente con una tèchne che procede per esperienza e per tentativi, alla ricerca non tanto di improbabili certezze, quanto del kairòs, cioè del “momento opportuno in cui intervenire con questa o quella prestazione. (p.57)

   Se la malattia è uno squilibrio, la cura è un riequilibrio. Bisogna riequilibrare il rapporto del corpo e del calore corporeo (in eccesso o in difetto) con il clima, l’aria, il cibo, le bevande. Climatologia, meteorologia, geografia medica, dietetica, idrologia, balneoterapia ( calda o fredda) sono i cardini di una terapeutica essenzialmente priva di farmaci, nella quale ha posto di rilievo – come scrive l’ippocratico autore delle Epidemie – un adeguamento di vita “modellato sulla costituzione generale e specifica dei fenomeni celesti e di ciascuna regione; sui costumi, il regime, il modo di vivere, l’età di ognuno. (pp 61-62)

   La fisiologia galenica degli umori e delle facoltà dava fondamento a una patologia che considerava la malattia come discrasia o sconcerto umorale e viceversa la salute come eucrasia o armonia e “consenso delle parti”. Questa patologia fondava a sua volta la clinica sul “metodo di cura” del contraria contrariis curantur. Così, ad esempio, l’acidità gastrica era curata con gli antiacidi o l’eccitazione nervosa con i sedativi. (pp.79-80)

      Galeno era… il medico di corte cui Marco Aurelio affidava la propria salute…L’imperatore voleva che fosse Galeno in persona a sovraintendere alla preparazione della theriaca o “triaca”, la panacea composta di oltre cinquanta ingredienti fra i quali il più importante era il tritato di vipera (in greco therìon: contro i veleni o virus delle malattie si pensava che la carne viperina fosse il contravveleno sovrano, secondo una variante eterodossa – similia similibus curantur – del metodo di “curare i contrari con i contrari”. (p.97)

   [Nell’alto Medioevo] le cure più invalse nell’uso comune, quantunque la scienza medica tendesse ad accumulare contenuti sempre più sofisticati e complessi, erano semplici, soprattutto se fruite da chi non poteva permettersi farmaci complicati e costosi (come la triaca). “Semplici”, d’altra parte era il nome che veniva dato alle erbe medicinali. Anche la cultura ridondante di medici dotti spesso “si semplificava” all’atto pratico nei rimedi resi disponibili dalla coltura delle erbe.(p.116)

   …l’evoluzione medievale del modello di misericordia corporale aveva portato dalla hospitalitas nei monasteri all’ad-sistere, allo “stare ripetutamente o continuamente accanto”, all’assistenza negli ospedali. La pietà e la carità si erano realizzate nel “prendersi cura” dei malati; ma la “cura”, pur ricorrendo talora alle risorse – medicamenti, diete, manipolazioni – proprie dell’arte curativa, era rimasta una pratica pietosa e caritatevole, capace di recare consolazione e sollievo, e non diventava ancora una pratica terapeutica capace di portare con sé la guarigione, o almeno capace di tentarne la via. (137-138)

  [Philipp Theophrast Baumbast von Hohenheim – Aureolo] Paracelso (1493-1541) era partigiano di un medico nuovo. Di un tale medico forniva egli stesso il prototipo: un medico per il quale il vero magistero non stava nei libri di Avicenna e Galeno, ma nella Experienz, nella esperienza diretta delle malattie, a cominciare da quelle dei minatori e dei contadini, e nella sperimentazione dei rimedi sgorganti dalle viscere della terra, come le acque minerali e le sorgenti termali, oppure elaborati a partire dai metalli tramite una protochimica destinata a futuri successi chemioterapeutici. (p.240)

   [Nelle Ecoles de santé, istituite nel 1794 nella Francia post-rivoluzionaria] la chimica applicata si apriva alla correlazione si apriva alla correlazione tra processi morbosi e farmaci, aiutando a stabilire i primi principi di una terapia razionale (che diventerà col tempo chemioterapia) fondata su basi fisiopatologiche e auspicabilmente più efficace di quella empirica ed eclettica praticata fino allora. (p.317)

   …nel 1875 William Whitering (1741-1799) …  aveva dimostrato in un account “sulla digitale” che il vomito indotto da questa era un effetto non terapeutico, ma tossico, dovuto a sovradosaggio, e che quindi il farmaco non era affatto un vomitivo “controstimolo” come pretendevano i browniani, bensì un cardiocinetico a giuste dosi “attivo sul movimento del cuore”…(p.332)

   Altri studi e ricerche, spostandosi dal campo osservo-descrittivo a quello sperimentale, portavano la terapia con i farmaci ad acquisire via via, a partire dai vecchi “preparati galenici” prescritti empiricamente, i nuovi “principi attivi” prescrivibili scientificamente in quanto isolati dalla scienza chimica e dotati di un’efficacia clinica sperimentalmente provata. Dall’oppio veniva ricavata la morfina (Serturner, 1807), dalla china il chinino (Pellettier e Caventou,1807), dalla noce vomica la stricnina, e la caffeina dal caffè (più tardi la teobromina dal cacao e la teofillina dal tè). Dette sostanze, chimicamente caratterizzate da un comportamento alcalino, erano dette “alcaloidi”; e a questi si affiancavano i “glucosidi”, così detti perché scindendosi davano luogo, come prodotto secondario, al glucosio: tali erano la digitalina (Roger, 1834) e la salicilina (Leroux, 1839). (p.333)

   Ma era Claude Bernard [1813-1873]…,titolare alla Sorbona della cattedra di fisiologia istituita nel 1854 appositamente per lui, a dare alla medicina le basi fisiologiche che serba tuttora…Formulava inoltre idee generali sull’azione delle sostanze tossiche e medicamentose, nonché il concetto di milieu intérieur, l’”ambiente interno” dell’organismo [e della sua omeostasi NdR]…Claude Bernard era anche l’epistemologo che enunciava nel 1865 in modo programmatico il disegno che faceva superare alla medicina…  lo storico impasse che le impediva di realizzare una terapia veramente scientifica: “La medicina si avvia verso la rivoluzione scientifica definitiva […]. La medicina scientifica, come tutte le altre scienze, deve basarsi soltanto sul metodo sperimentale […]. Illustreremo i principi della medicina sperimentale dal triplice punto di vista della fisiologia, della patologia e della terapia”. [da Introduzione allo studio della medicina sperimentale] (pp. 337-338)

   L’insegnamento di Virchow e di Claude Bernard indicavano la via da seguire…. Entrambi concepivano la malattia come uno stato naturale – non “preternaturale” – diverso dalla salute non per qualità, ma per grado. Funzione e disfunzione, fisiologia e patologia costituivano un continuum graduato, misurabile…La sintesi tra la “medicina osservativa” di Laennec e la “medicina sperimentale” di Claude Bernard era fatta anche dell’incontro-scontro tra la qualificazione clinica della malattia al letto del malato e la sua quantificazione tecnico-strumentale in laboratorio…promuovendo…la medicina dal ruolo storico di scienza empirica al ruolo moderno di scienza esatta. (p. 343)

   A Gerhard Domagk nel 1939 [venne consegnato il Nobel] “per la scoperta degli effetti antibatterici del Prontosil”, farmaco capostipite della serie dei sulfamidici. La portata dei sulfamidici – prodotti di sintesi chimica con attività terapeutica o “chemioterapici” – è storica. Trent’anni prima Paul Ehrlich [scopritore della immunità umorale] aveva sintetizzato gli arsenobenzoli, in particolare il Salvarsan 606, un “proiettile magico” con cui bersagliare l’agente eziologico della sifilide. (p.364)

   Nel 1945 viene premiata la penicillina, scoperta nel 1929 da Alexander Fleming e successivamente perfezionata da Ernst Boris Chain e Howard Walter Florey… La motivazione del premio conferito ai tre scienziati è che la loro  ”muffa” possiede “effetti curativi in molte malattie infettive”, cioè in quasi tutte quelle curate e guarite dai sulfamidici, però in modo più rapido e spettacolare…La penicillina inaugura la serie degli antibiotici. Sulfamidici ed antibiotici sono i pilastri portanti che caratterizza il ventennio centrale del Novecento. Sono anche modelli di sviluppo della ricerca nei campi rispettivamente della chimica organica, che attraverso la farmacologia di sintesi dà svolgimento ulteriore alla chemioterapia, e della microbiologia, che attraverso lo studio delle parti infinitesime della vita parassitaria conduce alla scoperta di una vivente antivita (antibiosi) che dà un apporto decisivo a risolvere i problemi delle malattie infettive. (pp.364-365)

   La rivoluzione tecnologica [è] caratterizzante (de)il ventennio degli anni Settanta e Ottanta. La bionica diventa il prolungamento naturale della biologia. Suoi campi d’azione sono l’elaborazione di segnali e d’immagini, la loro trasmissione a distanza (telematica), la modellistica di sistemi biologici, la strumentazione biomedica, lo studio di biomateriali. La biomeccanica, la bioingegneria. Nuova frontiera è la… ”ingegneria genetica”, basata sulla tecnica della manipolazione dei geni (cosiddetto “DNA ricombinante”). Dal 1982 le biotecnologie consentono, trasferendo geni specifici in taluni batteri, di ottenere nuovi preziosi farmaci: insulina su larga scala, fattori antiemofilici, vari tipi di interferone, l’ormone della crescita…Nel 1989 si annuncia la prima terapia genica praticata con successo a bambini affetti da malattia genetica. (pp.374-375)

Da “Medici a metà” di C. Rugarli (8)

   Sul problema della generazione della diversità anticorpale e sulla AMR

Si sa che gli anticorpi (e altre strutture molecolari poste alla superficie dei linfociti T) sono proteine con una struttura geometricamente complementare a quella delle sostanze che debbono legare e neutralizzare. Ma queste ultime sono in numero molto elevato, apparentemente infinito, e ciò poneva dei problemi. Infatti, le prime teorie, dette istruttive (ma che trascuravano la geniale anticipazione di Paul Ehrlich), assumevano che le molecole anticorpali fossero modellate sullo stampo dei loro bersagli, detti antigeni. Ma ciò era in contrasto con le moderne nozioni di genetica molecolare, secondo le quali la conformazione di una proteina dipende, in ultima analisi, solamente dalla struttura del gene che la codifica. Il problema fu avviato a risoluzione nel 1955 da Niels Jerne che avanzò la teoria secondo la quale esistono dei geni destinati a codificare le strutture variabili degli anticorpi e che il funzionamento di questi è selezionato dagli antigeni corrispondenti. L’idea dello scienziato danese era che tutti gli anticorpi possibili fossero sintetizzati in piccola quantità, indipendentemente da qualsiasi stimolazione, ma se alcuni di questi incontravano il corrispondente bersaglio (antigene), il complesso formato costituiva uno stimolo per l’ulteriore produzione dell’anticorpo impegnato in questa combinazione. A prima vista questa idea sembra assurda…ma nella sua variante detta della “selezione clonale”, elaborata pochi anni dopo dall’australiano Frank Macfarlane Burnet, queste difficoltà sono state superate. Quest’ultima teoria …fu aggiornata molti anni dopo da Tonegawa. Basti dire che la logica darwiniana è servita a risolvere uno dei problemi più complicati della biologia… (pp.137-138)

   Anche l’acquisizione di resistenza agli antibiotici da parte dei microorganismi o di refrattarietà ai chemioterapici di cellule neoplastiche si spiega in maniera analoga. In questi casi gli antibiotici o i chemioterapici fungono da fattori di selezione. I microorganismi, o le cellule neoplastiche, che casualmente sono divenuti resistenti sono favoriti dalla eliminazione di quelli sensibili. (p.138)

VOCI  da “Le origini della cultura europea. Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indoeuropee” di G. Semerano (9-10)

Iàomai  curo, medico, guarisco. Se ne ignorò l’origine. Il verbo greco è denominativo dalla base corrispondente ad accadico asu (medico); aramaico as’a, v. ebraico jasa (‘to save’); ‘Iasò attributo di divinità salutifera, va interpretato come incrocio con la base accadica apsu (acqua, ‘deep water’).

Pharmachon  formula magica, farmaco, buono o nocivo, bevanda magica. Viene fissata la base *pharma: incantamento, formula magica, ma siammise la questione dell’origine insoluta. In effetti *pharma sembrerebbe corrispondere ad accadico barum (stregone, indovino), barum (fare divinazione), ma la base è in accadico barum (stare in buona salute); mostra il suffisso –ach- è achos rimedio, forse ricalco di base corrispondente ad accadico mahhu (incantatore).  [i tre “barum” hanno accenti diversi, impossibili da mettere con la tastiera standard; in particolare, l’ultimo barum ha l’accento circonflesso sulla lettera a. NdR]

Medeor, -eris, mederi  provvedo, rimedio, v. médo [in greco NDR]  Corrisponde a accadico medu (avere premura): della base di edu, wadu ( conoscere, avere esperienza, avere cura). L’ambito semantico del verbo latino finisce con il restringersi al linguaggio professionale col senso di “curare come medico”, “medens”; “medela” (arcaico) rimedio, “medicus, -a, -um” medicamentoso, con i molti composti. L’arte medica era alle origini considerata una disciplina di saggezza, come sarà per i Pitagorici, per gli Asclepiadi; cfr. ciò che Platone dice di Zalmoxis nel Carmide (156d); accadico asu (medico) si intese come “chi conosce l’uso dell’acqua”; sumero a-zu, greco ‘Iaso, Iaomai: guarisco.

Therapeyo  curo, guarisco: v. theràpon; il verbo greco, che alle origini ha il senso di servo come theràpon, mostra di aver subito successivamente l’incrocio con basi corrispondenti ad accadico rapa u, cananeo rp’ (guarire, “heilen”), ebraico rafa (“to cure, to heal, to bind a wound, to restore”), refu a (“medicine”): the– è un determinativo: accadico *tu, aramaico de (“das”),cfr. ebraico rif’ut (“healing”).

Theràpon, -ontos (eol. –onos secondo Choerob.: An.Oxon., 2, 242)in Omero è chi assiste il grande guerriero, attendente: Patroclo, Automedonte, Alcimo rispetto ad Achille; poeticamente assistenti, therapontes di Ares, sono i guerrieri più validi, therapon delle muse si dirà poi il poeta; in ionico-attico theràpon, servo, schiavo, femm.  theràpaina; therapeyo, in Omero, servo, assisto, servo un guerriero; poi servo il dio; assisto, curo, guarisco; therapeia, servizio, cura. Di theràpon si ignorò l’origine: ma il suo significato richiama il latino “comes”, anzi chi va vicino: al capo, chi accorre accanto, chi lo soccorre, lo assiste; le basi semitiche sono corrispondenti ad accadico tehu (andare, venire proprio vicino, “to come near”, “ganz nah herankommen, herantreten”), che è poi il greco theo, corro, accorro, tehu, tehhu (vicinanaza, “Nahe); la componente -ràpon corrisponde ad accadico rabum, *rapum (capo, “great”), rabanu (capo, president”, “Burgermeister”); therapeyo, curo, guarisco, mostra nella seconda componente l’interferenza di base come accad. Rapa’um, ant. bab. Rapum (curare, guarire, fasciare, “to heal, to cure, to mend, to comfort”).

BIBLIOGRAFIA consultata

  1. J-C Sournia e A. Manuila in AA. VV., “Storia della medicina”, vol. VIII, 1982
  2. S. Garattini in Presentazione in AA VV., “Storia della medicina”, vol. I, 1982
  3. G. Cosmacini, “Prima lezione di medicina”, 2009
  4. J. Jouanna, “La nascita dell’arte medica occidentale”, in M. Grmek, “Storia…, vol. 1, 1993
  5. A.Touwaide, “Strategie terapeutiche: i farmaci”, in M. Grmek, “Storia del pensiero medico occidentale. Dall’antichità al Medioevo”, vol. 1, 1993
  6. Ippocrate, “Opere”, a cura di M.Vegetti, 1974
  7.  G. Cosmacini, “L’arte lunga. Storia della medicina dall’antichità a oggi”, 2005.
  8. C. Rugarli, “Medici a metà”, 2015
  9. G. Semerano,  “Le origini della cultura europea. Dizionari etimologici. Basi          semitiche delle lingue indoeuropee. Dizionario della lingua greca”, 1994
  10. G. Semerano, ”Le origini, etc. Dizionario della lingua latina e delle voci moderne”, 1994
  11.  H. Margaron, “Le stagioni degli dei. Storia medica e sociale delle droghe”, 2001. [non utilizzata]
  12.  G. Cosmacini, “Il mestiere di medico. Soria di una professione”, 2000. [non utilizzata]    

Risorse in rete

13) Colonna, Piscitelli, Iadevaia, “Una breve storia della farmacologia occidentale” in Rivista di Farmacia Clinica, 2019; 33(2): 86-106  [non utilizzata]

14) L. Caprino, “Il farmaco, 7000 anni di storia” – AIFA [non utilizzata]

Wikipedia, voce “Pharmakòs

 Wikipedia, voce “Paul Ehrlich”

 Wikipedia, voce “Omeostasi”